The Sound of Cinema: Lost in Translation – L’amore tradotto (2003)

Non solo Bill Murray e Scarlett Johansson; nella Tokyo di Sofia Coppola, la colonna sonora curata da Brian Reitzell diventa protagonista ad honorem della vicenda.

Ripercorrendo la storia della cinematografia, appare evidente come la musica abbia sempre giocato un ruolo fondamentale nella narrazione; il suono arricchisce l’immagine e trasmette l’atmosfera della scena, non è mai un semplice elemento di contorno. Provate ad immaginare il film Titanic (1997) senza il romanticismo struggente di My Heart Will Go On (Céline Dion), oppure una versione di Profondo Rosso (1975) in cui la presenza dell’assassino non viene annunciata dalla musica dei Goblin… il cinema, privato della colonna sonora, perderebbe una componente emotiva molto importante! Con la rubrica The Sound of Cinema vogliamo celebrare il sodalizio tra settima arte e musica; in questo primo appuntamento andiamo alla scoperta della colonna sonora di Lost in Translation, film scritto e diretto dalla statunitense Sofia Coppola.

La storia di Bob Harris e Charlotte

Il lungometraggio si sviluppa attorno il rapporto fra due turisti americani in Giappone: l’attore in declino Bob Harris (Bill Murray) e la neolaureata Charlotte (Scarlett Johansson). I due si incontrano in un hotel di lusso nella capitale nipponica; Bob è a Tokyo per girare lo spot pubblicitario per una nuova marca di whiskey, mentre Charlotte ha accompagnato il marito fotografo, il quale la lascia spesso sola perché impegnato in diversi servizi. La sceneggiatura, per la quale la Coppola ha vinto l’Oscar, ha come focus la profonda solitudine che entrambi provano e che cercano di superare avventurandosi insieme fra le strade di Tokyo.

Sofia Coppola e Bill Murray sul set di Lost in Translation – L’amore tradotto (deerwaves.com)

Campane dell’amore? No, chitarre e riverbero

Distorsione, riff monocorde e rumore. Questi sono gli ingredienti essenziali di un particolare sottogenere di alternative rock che, in questa colonna sonora, risulta preponderante: lo shoegaze. Un sound che evoca un’atmosfera malinconica e sognante, caratteristiche vicine al dream pop (altro genere che troviamo in larga misura in questa original soundtrack) e che lo shoegaze enfatizza, grazie alle influenze proveniente dal mondo garage rock e psichedelico. Nel film della Coppola, il genere accompagna i momenti di massima connessione fra Bob e Charlotte; l’assenza di dialoghi lascia che sia la musica a fare da tramite emotivo. Entrambi i protagonisti ripetono più volte che soffrono d’insonnia; la prima volta in cui finalmente vediamo Bob addormentarsi accanto a Charlotte, le chitarre di Sometimes (My Bloody Valentine) si impossessano della scena. Nel film sono inseriti altri quattro brani di Kevin Shields, membro fondatore della sopraccitata band irlandese, tra cui City Girl, evidentemente shoegaze, e tre tracce strumentali più eteree. Anche il finale del lungometraggio è accompagnato da un brano simbolo del genere, ovvero Just Like Honey degli scozzesi The Jesus and Mary Chain.

Sometimes dei My Bloody Valentine usata in una scena del film

Gli ascolti di Sofia… pardon, Charlotte

Leggenda vuole, che nel descrivere la relazione fra il personaggio della Johansson e suo marito, la Coppola si sia liberamente ispirata alla fine del rapporto con l’ex-marito Spike Jonze. Un altro mito suggerisce invece che molte delle canzoni inserite nel film siano in realtà i brani che la regista ascoltava mentre stendeva la sceneggiatura; questo spiegherebbe la presenza di così tante tracce electro-pop. Nel suo primo film, Il giardino delle vergini suicide (1999), la colonna sonora era stata realizzata interamente dal duo francese Air, che qui ritroviamo con il brano Alone In Kyoto. L’amore per sonorità dream pop da parte della registra è stato confermato anche da film successivi (e relative colonne sonore); in Lost in Translation questo sound è associato ai momenti di solitudine e, di fatti, l’arrivo sconsolato di Bob a Tokyo viene accompagnato dal brano Girls degli inglesi Death in Vegas.

Scarlett Johansson in una scena del film (nehovistecose.com)

La tradizione giapponese del karaoke

Una dei momenti più iconici del film, quello in cui la Coppola ci induce a credere che fra Bob e Charlotte potrebbe esserci più che semplice amicizia, è la scena del karaoke. Una serata tipicamente giapponese in cui, per la prima volta, tutti i personaggi presenti si ritrovano a parlare un linguaggio comune: la passione per la musica. I brani cantati durante il karaoke sono stati scelti per far emergere il gap generazionale fra i protagonisti. Mentre un amico di Charlotte canta God Save The Queen dei Sex Pistols, Bob risponde con (What’s So Funny ‘Bout) Peace, Love, and Understanding di Nick Lowe; quando la Johansson si esibisce in Brass in Pocket dei The Pretenders, Murray si cimenta in una commuovente -per quanto stonata- More Than This dei Roxy Music. Purtroppo questi brani non sono stati inclusi nell’album Lost in Translation (OST), pubblicato nel 2003.

Bill Murray canta More Than This dei Roxy Music durante la scena del karaoke

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