Lauro: l’ultima tempesta prima della quiete

Achille Lauro è tornato, forse per l’ultima volta. Andiamo a scoprire insieme Lauro, l’ultimo atto di uno spettacolo che vorremmo non finisse mai.

Achille Lauro, irriverente come sempre (Il Fatto Quotidiano)

Ebbene sì, avevamo capito bene. Poco dopo Sanemo, Achille Lauro aveva annunciato Lauro come se fosse il suo ultimo album. Chiunque si era cimentato nell’interpretazione della frase, cercando di discostarsi dal senso letterale ma, per una volta, il messaggio non era un enigma. Venerdì 16 aprile, Achille ha rilasciato il suo ultimo progetto, definito ultimo proprio perché l’artista romano ha deciso di prendersi una pausa, chissà se momentanea o definitiva. In attesa di una risoluzione a questo dilemma, andiamo ad analizzare Lauro, un album completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare.

Come ci siamo arrivati?

L’ultima volta che si era parlato di Achille Lauro è stata al Festival, dove con le sue esibizioni ha illuminato il palco dell’Ariston. Nonostante sembri un passato lontano, proprio le esibizioni sanremesi sono strettamente collegate al nuovo album di Achille. Come rilasciato in un’intervista dal cantante stesso, ogni lettera della parola Lauro ha un riferimento ad un genere musicale, gli stessi espressi durante le varie serate della kermesse. In netta contrapposizione alle esibizioni precedenti, il disco presenta però un minimalismo inedito, caratteristica sia delle strumentali sia dei testi. Questo ritorno all’essenzialità è ravvisabile anche nella cover dell’album, basato sul gioco dell’impiccato. Proprio l’artista a questo proposito ha detto: «È una mia tela che ha accompagnato anche i quadri sanremesi. Un gioco per bambini che raffigura qualcosa di controverso, una metafora della vita. Ma c’è anche un’altra chiave: nel gioco non ci possono essere insieme l’omino che ha perso e la parola completa. La O rossa allora diventa il rifiuto della fine, l’andare avanti, la seconda possibilità davanti ai bivi della vita».

Tracklist di Lauro (Genius)

Il viaggio di Achille

L’album presenta 13 tracce, così come presenta la tracklist. Nonostante il già citato minimalismo, tutti i testi hanno un significato molto profondo, che va al di là della semplice orecchiabilità. Proprio in quanto a tematiche, così come per le sonorità, il disco è divisibile in due parti differenti, così come suggerisce la figura. La prima parte, infatti, come detto da Lauro stesso, è più personale ed introspettiva, mentre la seconda si avvicina al mondo del punk rock e del grunge. Proprio la prima parte presenta i due inediti che avevano anticipato l’album, ovvero Marilù e Solo Noi, tracce ascoltate entrambe durante il periodo sanremese. Le altre quattro tracce, oltre a Prequel, si configurano come messaggi universali, affrontando il concetto di bellezza, come nel caso di Femmina, oppure analizzando le necessità delle nuove generazioni, come fatto nella traccia Latte+.

Entrando nella seconda parte dell’album, dopo A un passo da Dio, si presenta un trittico di tracce punk che alzano notevolmente e velocemente il livello dell’album. Stiamo parlando di Generazione X, Barrilete Cosmico e Pavone. La prima si presenta come un canto generazionale, così come suggerisce il titolo, dove Achille parla della sua generazione. Barrilete Cosmico riprende il nome da Maradona, soprannominato così nei Mondiali dell’86, ed è colma di riferimenti cinematografici risalenti proprio a quel periodo. Infine Pavone è il brano più nobile dei tre, seppur sia una traccia sensuale e trasgressiva. Le ultime due canzoni sono due ballad, romantiche e molto differenti fra loro. Se Stupide Canzoni d’Amore è una traccia molto semplice ed elementare, Sabato Sera è totalmente opposta, mostrandosi come una canzone molto matura. Per un ascolto lineare, consigliamo l’ascolto della Deluxe Edition che contiene anche le Intro ai rispettivi brani, alcune delle quali già sentite a Sanremo.

Ma che musica maestro!

Riprendendo la celeberrima Raffaella Carrà, andiamo ad analizzare la musicalità di questo album. Le sonorità fanno riferimento a generi e wave musicali passate e, per quanto possano risultare scontate, posseggono inaspettatamente un’alta potenza espressiva ed evocativa. L’intero progetto si rifà al punk, abbracciandolo in tutte le sue varianti, dal pop al punk rock. Non sfigurano le ispirazioni al funky e al grunge, che permettono di creare una commistione di generi non indifferente. In un certo qual modo Achille sembra rifarsi al primo Vasco Rossi, in quanto a sonorità e testi, confermando come abbia trovato il suo futuro nel nostro passato. L’album è fluido, scorrevole, non adatto però a dei neofiti di Lauro: conoscere l’artista in tutte le sue sfaccettature permette di comprendere al meglio le scelte dell’ormai ex rapper romano. Un non fan o un neofita, per l’appunto, potrebbe definire il disco come vecchio e banale, non riuscendo a cogliere le sfumature che rendono questo album fra i più sottovalutati e trascurati dall’ascoltatore medio, almeno a quanto emerge da questi primi giorni.

Achille Lauro prima di ricevere il Premio Tenco nel 2019 (Roberto Finizio/Getty Images)

Il lascito di Lauro

Come ribadito precedentemente, Lauro non è un album per tutti. La forza di questo lavoro, così come quella di Achille, in generale, non risiede in testi complicati e in sonorità esotiche, ma nel forte potere evocativo. Il minimalismo, protagonista noto di questo progetto, non fa altro che dar vita a tracce molto semplici ma pungenti, in grado di trasportare l’ascoltatore nel mondo di Achille stesso. I dilemmi esistenziali e generazionali posti dal cantante non trovano risposta per tutto l’album, lasciando così un’eventuale risposta all’ascoltatore o ad un futuro album. Proprio questo bivio ci porta alla fatidica domanda: questo sarà realmente l’ultimo album di Lauro? Purtroppo non siamo in grado di trovare una risposta alla domanda, seppur siamo fiduciosi sul ritorno di Achille in futuro. Pensiamo, quindi, che il vero quesito sia nel chiedersi se l’artista ha raggiunto il suo picco artistico, e se quando tornerà, riuscirà a superarsi. Ma per questo meglio attendere, perché potremmo rimanere delusi.

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